venerdì 3 gennaio 2014

L'anno del cavaliere, della fate, delle principesse e del secondo tempo. Una metafora mitica e una metafora calcistica

Il 2013 chiuso in prato, e aperto da dei fuochi che partono dal terreno e illuminano il cielo. Il cielo sopra Prato Della Valle - un posto così pieno di accadimenti rilevanti, nella mia vita, che lo rendono probabilmente il posto più adatto alla stesura di questa nuova storia chiamata 2014.
Mi sento così: ai tempi supplementari.

Gli ultimi anni sono stati una partita di calcio, uno spareggio per un posto in Europa League, tendenzialmente. Siamo lontani dalla retrocessione, ma anche distantissimi dal caldo ghiacciato della vetta della classifica: se la qualificazione in Europa League dovesse mancare, però, ci sarebbero ripercussioni non indifferenti che farebbero saltare un sacco di teste.

Una partita strana, lo spareggio: il primo tempo, il 2012, chiuso in inferiorità numerica, senza idee, con gioco spento ravvivato da alcuni colpi di genio del fantasista. 3-1 per loro comunque. Si sta perdendo alla grande.
Il 2013 4-2 al 70esimo minuto, in 9 contro undici.
Hai recuperato, metaforicamente, 2 gol in venti minuti, in nove?

Ho fatto di meglio, ne ho fatti tre. Ho messo le avversità alle strette, ho spinto davvero sull'acceleratore, poco, ma era chiaro, dopo il gol del 3-2 che la mia squadra aveva i colpi per ribaltare qualsiasi situazione. Poi, però, non ci si è creduto. Almeno fino al gol del 4-2, da parte loro. Uno schiaffo troppo forte per essere lasciato impunito. Allora gambe in spalla, viaggi, treni, amori rifiutati, amori abbracciati, impegno, dedizione e calma. I giocatori a bordo campo non ci stanno indebolendo con i loro minuti di assenza, ma sono importanti risorse per quando rientreranno in campo con un po' di fiato, che noi cominciamo a non averne più.

Ed eccolo, al 75esimo, il 3 a 4. poi il 4 a 4. E poi, di nuovo quel fantasista, che fa una cosa impossibile, ed è 4 - 5. Poi 5 a 5. All'89. Avremmo qualche minuto per rimettere tutto in gioco, ma non ne abbiamo più la voglia. O la forza. Passano i minuti. Fischia l'arbitro.
Arriva il 2014. La partita non è finita. L'ultimo gol è loro, ma l'impresa rimane nostra. Si rientra in campo usando l'ultimo cambio. Pronti all'impresa.

C'era un vecchio cartone giapponese, in cui il protagonista blaterava su come si blaterava su come la cosa importante, in un combattimento, fosse combattere per se stessi.
L'ho sempre ritenuta una cagata. Ora forse ho capito. Devi diventare grande per te stesso per poter aiutare gli altri. Non è aiutare gli altri che ti rende grande, è essere grande che ti permette di aiutare gli altri. Un cavaliere deve salvare la principessa, e per farlo deve VOLERE uccidere il drago, o addomesticarlo, o cacciarlo. Non può voler solamente salvare la principessa. Deve combattere la sua battaglia per la battaglia in sé. Solo così amerà anche le avversità, perché gli permetteranno di realizzarsi veramente, e intimamente.

La principessa va salvata e necessariamente amata.
La principessa va salvata e necessariamente amata.
La principessa va salvata dal principe, perché il principe vuole sconfiggere il drago, e perché è l'unico in grado di farlo. L'amore, la principessa, può anche trovarlo altrove, la salvezza, forse, no.

Il principe, a volte, s'invaghisce della chierica, della fata, che l'ha aiutato, che l'ha accompagnato per questo viaggio, che ha guardato negli occhi il drago con il cavaliere, con il principe, e consapevole che questo avrebbe portato la perdita del principe, del cavaliere stesso, l'ha comunque aiutato nell'impresa.

E poi sia vino pregiato per tutti, pace amore e difficoltà, draghi, fate e scudieri, e trovatori audaci, e nobili e aiutanti. Tutti voi, che lo sapete chi siete, che avete cantato con me prima del drago, che vi siete schierati con me per abbatterlo.
Tutti schierati contro il drago, tutti in posizione, sia il cavaliere, sia il principe in prima fila, davanti a tutti, fino a quando non è esausto, ma pronto a riprendersi. Prendano i compagni il suo posto, quando è esausto.

Non vi ho abbandonato, non vi abbandonerò mai, sto solo riprendendo le energie. Alla fine la sosta tra secondo tempo e tempi supplementari, nella partita contro le avversità, contro la vita, contro il drago, dura dieci minuti, poco più, il tempo di un tè caldo, di ripensare a tutto ciò per cui combattiamo, e a placare le urla dei muscoli, poi si va a chiudere questa insolita e meravigliosa partita.

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